Aleksandr Solzenicyn
E’ difficile parlare di un uomo e di uno scrittore come Aleksandr Solzenicyn, morto ieri sera a 89 anni. Qualsiasi cosa si dica di lui e della sua vita sarebbe estremamente riduttiva, perché un’esistenza come la sua, ricca di avvenimenti e di sofferenza, non può essere sintetizzata in poche righe.
E’ bene, dunque, lasciar parlare lui, i personaggi dei suoi libri, le situazioni così magistralmente descritte.
Il brano sotto riportato è solo un assaggio, una “scheggia” di quel complesso progetto letterario ed esistenziale che il grande scrittore russo ha portato avanti sempre con dignità.
da “Una giornata di Ivan Denisovic"
Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo.
Il suono si spense, ma fuori, come di notte, quando Suchov si alzava per andare al bugliolo, c’era un gran buio. Tre luci gialle s’intravedevano nel riquadro della finestra: due nella zona esterna del campo e una all’interno.
Nessuno era venuto ancora ad aprire la porta della baracca, né si sentivano i detenuti di turno infilare i bastoni nel bugliolo per portarlo via a spalla.
Suchov non attendeva mai la sveglia dormendo e si alzava sempre al suo segnale: all’appello mancava un’ora e mezzo circa di tempo tutto suo, non regolamentato, e chi conosceva la vita del campo poteva sempre rimediare qualcosa: ricavare un paio di guanti da una vecchia fodera, portare alla branda di un ricco caposquadra i valenki (stivali di feltro - N. d. T.) asciutti perché quello non dovesse saltellare a piedi nudi intorno al mucchio cercando i suoi; fare un salto sino ai depositi e offrirsi come spazzino o come facchino. O andare alla mensa per raccogliere dai tavoli le scodelle e portarle all’acquaio, anche così ti danno un boccone; ma lì di volenterosi ce n’è una caterva e, soprattutto, se nelle scodelle è rimasto qualcosa, non ce la fai e finisci per leccarle. […].
Suchov si alzava sempre al segnale, ma quel giorno non s’alzò. Già dalla sera prima non si sentiva bene. Aveva fitte e brividi in tutto il corpo. Non era riuscito a scaldarsi nemmeno durante la notte: gli era sembrato, nel sonno, a volte, di stare malissimo, a volte di sentirsi un po’ meglio. Aveva desiderato che non venisse il mattino.
Ma il mattino, come sempre, era venuto.
Come avrebbe, del resto, potuto scaldarsi? I vetri erano impastati di ghiaccio e sulle pareti, lungo la linea di giuntura col tetto della baracca (una baracca ben grande!), correva un ragnatelo bianco. Brina.
Suchov non si alzava.
Giaceva sull’ultimo pancaccio del “castello”, infagottato fin con la testa nella coperta e nella casacca, e i piedi li aveva infilati in una manica ripiegata del giaccone imbottito. Non vedeva, ma, dai rumori, capiva tutto ciò che succedeva nella baracca e nell’angolo della sua squadra. Quelli di turno, camminando pesantemente nel corridoio, portavano via il secchione del bugliolo. Invalidi, dicono, un lavoro facile; ma provati un po’ a portarlo senza farlo schizzare! Dalla squadra 75 giungeva il tonfo sordo del fascio di valenki tolti dall’asciugatoio. Ed ecco il tonfo di quelli della nostra squadra ( oggi era anche il nostro turno di farli asciugare). Il caposquadra e il suo aiutante si infilavano gli stivali in silenzio. L’aiutante, adesso, andrà alla distribuzione del pane. Il caposquadra, invece, si recherà al comando, alla direzione del piano.
Ma non, come tutti i giorni, per i soliti ordini di lavoro: quel giorno – ricordò Suchov – si decideva il loro destino. Volevano scaraventare la squadra 104 dalla costruzione dei laboratori a un nuovo cantiere: il “villaggio socialista”. E il “villaggio socialista” non era altro che nuda steppa sepolta sotto montagne di neve, e, prima di cominciare, bisognava scavare le fosse, ficcarvi i pali, tendere il filo spinato attorno a se stessi, per non scappare. E poi, costruire.
Là, è sicuro, per un mese non ci sarà dove scaldarsi, nemmeno una capanna. Non potrai neanche accendere un falò: dove prendi la legna? Sgobbare sodo, ecco l’unica salvezza.
Il caposquadra era preoccupato, andava ad aggiustare la faccenda. Sperava di mandare, al posto della sua, un’altra squadra meno svelta. Certo, a mani vuote non ci si mette d’accordo. Ci vorrà un mezzo chilo di lardo per l’amministratore capo. Se non un chilo. Chi non risica non rosica. Perché non filare all’infermeria, farsi esonerare per un giorno dal lavoro? Il corpo, in quel momento, era tutto una fitta.
Delle guardie chi era di turno?
Ricordò che era di turno Ivan e Mezzo. Un sergente lungo e magro, con gli occhi neri. Quando lo vedi per la prima volta ti prende la paura, ma poi t’accorgi che tra tutte le guardie è la più trattabile: non ti mette in segregazione, non ti porta dal comandante del campo. Si poteva quindi starsene sdraiato finché la baracca 9 non fosse andata alla mensa.
( Aleksandr Solzenicyn - Una giornata di Ivan Denisovic. La casa di Matrjona. Alla stazione. - Einaudi Tascabili )